Il 20 aprile 2016, nel corso
di una conferenza stampa che ha avuto un notevole risalto mediatico, sono stati
presentati i risultati del biomonitoraggio eseguito su un campione di circa 500
cittadini Veneti. Il biomonitoraggio è
consistito nella ricerca nel sangue di una dozzina di sostanze
perfluoroalchiliche o PFAS, le più note dei quali sono PFOA e PFOS .
Lo studio prevedeva originariamente
di estrarre a sorte un campione di cittadini veneti, 240 residenti in zone
“esposte o di impatto”, 240 provenienti da zone “non esposte o di controllo” e
120 selezionati fra addetti e proprietari di aziende agro- e zootecniche (vedi
figura 1).
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Come si evince da vari
documenti ufficiali, per esempio dalla “Scheda biomonitoraggio –stato
dell’arte” elaborata dall’area sanità e sociale della regione, i comuni
dell’area di impatto erano Brendola, Lonigo, Montecchio Maggiore e Sarego
afferenti all’ULSS5 Ovestvicentino e Altavilla Vicentina, Creazzo e Sovizzo
tutti dell’ULSS6 (figura 1). I comuni di controllo, la cui acqua potabile è
risultata priva di PFAS erano localizzati in provincia di VI, TV e PD. Per area
di impatto o ad alta esposizione si intende quella costituita dai comuni nei
quali, nell’estate 2013, cioè prima dell’applicazione dei filtri e della
miscelazione con acqua non contaminata,
si superavano i limiti di performance …”nell’
acqua potabile in distribuzione e nei pozzi privati ad uso potabile.”
I risultati di questo studio sono
veramente sorprendenti poiché hanno evidenziato una situazione del tutto
inaspettata per quanto riguarda i partecipanti residenti nell’ULSS 6. I quali,
infatti, pur essendo considerati
“esposti” come quelli provenienti dall’ULSS5, rispetto a questi, hanno
presentato nel sangue concentrazioni
mediane molto, ma molto più basse, sia per quanto riguarda il PFOA (figura
2) che per il PFOS (figura 3).
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Figura 3 - Concentrazioni
di PFOA - Confronto fra i risultati del biomonitoraggio in Veneto e quello comunità contaminata nella valle dello Ohio
negli USA
Analizzando i grafici c’è veramente da
restare meravigliati e si fa fatica a trovare una spiegazione scientifica e
razionale a tale dato inatteso. Una mente “scientifica” potrebbe pensare a
qualche improbabile forma di resistenza genetica innata nei residenti nella
zone ad alto impatto dell’ULSS6 rispetto a quelli dell’ULSS5. Altri potrebbero invocare, per esempio, un
miracolo avvenuto per intercessione della Madonna di Monte Berico e/o dei santi
protettori di Creazzo, Montecchio, Sovizzo e Altavilla, evidentemente più
sensibili alla tematica dei PFAS rispetto ai santi protettori degli altri
comuni. Grazie all’intercessione ultraterrena
i PFAS nei cittadini di quei comuni particolarmente fortunati si
sarebbero volatilizzati facendo abbassare notevolmente le concentrazioni
ematiche.
Ma noi medici dell’ISDE sappiamo che,
purtroppo, la spiegazione è un’altra e
ha origini molto più terrene. La
spiegazione è l’ errore pacchiano
commesso dai ricercatori dell’ISS e della Regione nel definire il grado di
esposizione ai PFAS dei vari comuni del vicentino. Essendo i
livelli di PFAS determinati principalmente dalla quantità di queste molecole
presenti nell’acqua bevuta ogni giorno, e questo i ricercatori avrebbero dovuto
saperlo in anticipo, sarebbe stato logico considerare solo le concentrazioni di PFAS riscontrate negli
acquedotti dei comuni per selezionare le zone ad alta e bassa esposizione. Ora
è noto a tutti, che i comuni di Creazzo, Altavilla Vicentina, Sovizzo e
Montecchio Maggiore allacciarono decenni orsono i loro acquedotti a fonti di
acque potabili prive di PFAS, fonti diverse da quelli che riforniscono gli
altri comuni veramente esposti per decenni ai PFAS, per esempio Brendola.
Il
cambio delle fonti di approvvigionamento dell’acqua potabile di quei comuni, se
non erro, fu deciso verso la fine degli anni 1970, in seguito al grave episodio
di contaminazione delle falde acquifere vicentine causate dalla RIMAR (Ricerche
Marzotto) come allora si chiamava la MITENI.
Evidentemente questo dato fondamentale era ignoto ai ricercatori
dell’ISS, ai funzionari della Regione Veneto e ai dirigenti delle ULSS che
stanno battendo a tappeto il regno dei PFAS per tranquillizzare la popolazione.
Quindi, i quattro suddetti comuni sono in realtà “non
esposti” o, più correttamente, sono caratterizzati dalla stessa esposizione “di
fondo” delle zone considerate non esposte.
Però, se i valori di PFAS nel sangue dei cittadini considerati erroneamente (o
in malafede, secondo alcuni) “esposti” sono utilizzati per calcolare i valori
medi assieme a quelli dei “veramente esposti”, ecco che le medie risultano (falsamente) più basse rispetto a quelle dei
cittadini dell’ULSS5 “veramene esposti”
e degli altri biomonitoraggi effettuati in giro per il mondo. Pertanto
potrebbe essere non molto lontano dal vero chi pensa che si tratti non di
errore grossolano bensì di malafede e di
un artificio voluto per abbassare volutamente le medie degli esposti e inviare
messaggi “tranquillizzanti” alla
popolazione.
Nemmeno i più quotati dirigenti della
regione, né la dottoressa Musmeci che ha presentato i dati, si sono accorti dell’errore,
dimostrando ancora una volta lo stato confusionale in cui spesso versano e la
superficialità con la quale hanno gestito la grave vicenda della questione PFAS
in Veneto. Lo dimostra l’esame delle figure 1 e 4, entrambe riprese dalla presentazione della dottoressa
Musmeci. Come si può vedere nella figura 1, Montecchio Maggiore è compresa fra
le zone ad alto impatto, mentre nella mappa della figura 4 il comune di
Montecchio non è colorato di rosso. Ad indicare che non dovrebbe considerato ad
alto rischio. E allor perché la dottoressa Musmeci va in giro a presentare dati non corretti?
Noi dell’ISDE conoscevamo bene le
diverse fonti di approvvigionamento dei comuni del regno dei PFAS, tanto che i quattro
comuni dell’ULSS 6 erroneamente (?) considerati esposti non sono stati inseriti nella lista dei
comuni ad elevata esposizione ai PFAS nei quali abbiamo osservato un eccesso di
mortalità storica rispetto ai comuni di controllo.
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Salve, chiedo...si potrebbe a carattere personale nominare un esperto che potesse fare sopralluoghi ed analisi "sicure"? Creare una sorta di gruppo che volontariamente (anche a pagamento) possa essere monitorato nei vari comuni. Se non sono cifre stratosferiche per la mia salute e dei miei familiari sarei disposto a spenderli. saluti
RispondiEliminaLe analisi dei pfas sul sangue costano circa 250 euro, sull'acqua all'incirca la metà. Cosa intende per monitorare?
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